INCONTRO CON REPORTERS SANS FRONTIERES


“Troppo spesso le parole sono state usate, maneggiate, rivoltate, lasciate esposte alla polvere della strada. Le parole che cerchiamo pendono accanto all’albero; con l’aurora le troviamo, dolci sotto le fronde”
(Virginia Wolf)


Si apre con una citazione della scrittrice Virginia Woolf, il mio primo incontro con la Dott.ssa Silvia Benedetti di Reporters sans frontières Italia, che mi spiega che , “se una persona non scrive, non ferma un evento attraverso le parole, è come se quell’evento non esistesse, non fosse mai accaduto”.
Dopo una breve presentazione del suo curriculum arriviamo subito alla presentazione del significato di “comunicazione”, o meglio del sapere comunicare. La Dott.ssa Benedetti spiega come oggi si affrontino due teorie differenti:
1) La prima vede in “gioco” una posizione positiva e positivistica del mondo in cui la comunicazione viene vista come terapeutica ed i media sono agenti di sviluppo, promotori di comportamenti moderni. Secondo questa teoria “la comunicazione deve essere sinonimo di democrazia e dovrebbe sancire la fine delle ideologie”.
2) La seconda teoria porta invece con sé una visione negativa. Attraverso una breve digressione storica nel periodo della guerra fredda, bisogna capire come la comunicazione fosse anche sinonimo di Censura e Anti- comunicazione . Max Weber (sociologo tedesco) sosteneva la “multi causalità” deglieventi storici, per cui le cause di un evento non vanno mai riferite ad un unico comportamento, fatto.

In un mondo in costante evoluzione, mutano anche costantemente le forme di comunicazione. La fotografia che prima rappresentava la “garanzia del reale”, oggi è divenuta anch’essa oggetto di manipolazione attraverso i programmi di editing. In un mondo dominato dalla tecnologia, capace di mutare l’istante fermato nell’immagine, non possiamo più prendere come “verità assoluta” le fotografie pubblicate nei reportage, in quanto possono essere frutto di un attento studio di editing volto a rendere la foto artefatta ed ingannevole. Dopo questa breve introduzione, Silvia Benedetti è stato spiegato cosa fosse effettivamente Reporters sans frontières e come operasse nel mondo.
“Reporters sans frontières è organizzazione non governativa internazionale che agisce da 25 anni in difesa della libertà di stampa in tutto il mondo. RSF ha iniziato organizzando reportage inediti nelle regioni del pianeta dove, per disinteresse o timore, i media internazionali preferivano non inoltrarsi. Reporter sans frontières:
◦ difende i giornalisti e i collaboratori dei media tradizionali e online in carcere o perseguitati per aver fatto il loro lavoro ed esposti a maltrattamenti ed alla tortura in molti paesi.
◦ lotta contro la censura e le leggi che minano la libertà di stampa
◦ fornisce un aiuto finanziario di ogni anno a giornalisti o mezzi di comunicazione in difficoltà (per pagare gli avvocati, le cure mediche e le attrezzature) e per le famiglie di giornalisti incarcerati.
◦ opera per migliorare la sicurezza dei giornalisti, in particolare quelli impegnati nelle zone di guerra.
controlla e denuncia le violazioni della libertà di stampa nei paesi retti da sistemi democratici, dove le normative che definiscono e difendono la libertà di informazione rivelano talvolta forme di condizionamento e di repressione che contrastano di fatto le norme liberali.”
Attraverso i seminari sostenuti con la Dott.ssa Silvia Benedetti, è stato possibile “toccare con mano” cosa facciano esattamente i giornalisti internazionali, sono stati presenti infatti ai seminari, importanti figure del giornalismo italiano, che hanno condiviso il loro punto di vista sulla comunicazione odierna ed anche sulle difficoltà riscontrate nel loro settore. Questi incontri sono stati un grande arricchimento personale, in quanto è proprio attraverso i professionisti che si riesce a comprendere un po’ meglio ciò che può risultare oscuro.
Le nazioni principalmente trattate sono state Cina, Russia e Georgia, tutti paesi in cui vi è una facciata che non permette di penetrare realmente la sostanza di ciò che vi è all’interno del territorio, ed in cui l’informazione (in modi diversi in ogni nazione) risulta ancora oggi controllata dagli organi politici.
Prima grande testimonianza è stata quella del giornalista italiano Paolo Salom, che lavora per la testata “Corriere della Sera” e ha dedicato la sua attività alla misteriosa grande Cina. A proposito di questa nazione è stato trattato l’argomento della censura e della disinformazione all’interno del paese; ha fatto emergere le chiare difficoltà che vi sono in Cina per quanto riguarda la comunicazione, quella comunicazione colpita da estrema censura e controllata dal potere politico; basti pensare che sono 30 i giornalisti attualmente in carcere , e ciò denota una forte repressione della “libertà” di stampa e della parola.
“La Cina è un paese Comunista nella struttura, aperto economicamente ma chiuso nella Comunicazione. Qualcosa sta cambiando ma sempre inserito all’interno di un sistema chiuso”
Attraverso Luigi Ippolito, caporedattore esteri de il Corriere della Sera e Massimo Boffa, editorialista per Il Foglio, ci siamo addentrati nell’esperienza russa e georgiana, esperienze che vedono realtà complesse
in cui la Politica e “la sete” di potere politico sono il fulcro delle problemati- che dei due paesi. Per quanto riguarda la Russia, la sua Costituzione del 1993 ha conferito al Presidente russo poteri vastissimi, che gli permettono un controllo quasi totale sulle attività dello stato e sulle nomine delle cariche. Di fronte a poteri così immensi e ad un regime che potrebbe essere paragonato ad un regime “totalitario” vestito da “democratico” , è chiaro che la comunicazione a sua volta non possa risultare libera.
Ancora un mistero è la storia della giornalista russa Anna Politkovskaja , molto impegnata sul fronte dei diritti umani, assassinata il 7 ottobre del 2006 (giorno del compleanno del Presidente Putin), proprio prima che riuscisse a pubblicare un’inchiesta sulla implicazione di soldati russi e uomini del leader ceceno Ramzan Kadyrov in atti di tortura contro cittadini ceceni.
Questi episodi fanno saltare all’occhio come in nazioni, permeate dal control- lo politico, sia difficile il raggiungimento della libertà di stampa.
Della non meno problematica questione georgiana abbiamo parlato con Mas- simo Boffa che ha illustrato come questa nazione da una parte vede la sua corsa a voler essere uno stato a livello degli stati dell’UE, e dall’altra è una nazione ancora impegnata con i conflitti interni. Al vertice del potere della nazione vediamo infatti come vi siano ideali completamente opposti che possono portare difficoltà all’interno dello stato. Il presidente Mikheil Saakashvili, giurista e politico , è notoriamente filo americano, aperto dunque alla visione più occidentale del mondo; il Primo ministro Georgiano Bidzina Iva-nishvili invece è notoriamente filo Putiniano e quindi con ideali e visioni politiche
avverse a quelle dell’attuale presidente.
Questa breve introduzione solo per fare capire come anche qui, in questa na- zione possa essere difficile la comunicazione e la vera e propria libertà di stampa. L’ingerenza del potere politico autoritario, nei confronti della gestio- ne dell’informazione non può che portare ad una negazione della libertà di parola.
Massimo Boffa chiude la sua testimonianza con una personale nota riguar- dante lo stato attuale dell’informazione, riferendosi più nello specifico alla situazione Italiana:
“Oggigiorno assistiamo al declino dell’informazione. Vi è stato un notevole abbassamento di livello negli articoli giornalistici, poiché si punta maggiormente all’adeguamento verso la massa piuttosto che alla trasmissione di in- formazioni qualitativamente rilevanti”.

Terminate queste testimonianze di cui sono stata felicemente partecipe, ho chiesto alla Dott.ssa Silvia Benedetti se potesse rispondere ad alcune mie domande riguardanti il suo punto di vista sullo stato attuale dell’informazione.

1)Durante la sua carriera, come ha visto cambiare la professione del giornalista?

Negli ultimi decenni, l’informazione e il lavoro del giornalista non sembrano aver subito cambiamenti radicali. Tuttavia alcune tendenze, già evidenti in passato, si sono certamente accentuate.
Prima tra tutte, “l’obbligo” di una velocizzazione dell’informazione e la necessità, a volte quasi patologica, di una notizia immediata ed immediatamente diffusa hanno reso il lavoro del giornalista estremamente difficile e spesso rischioso. Oggi è infatti difficile riuscire ad ottenere il tempo per una giusta e necessaria elaborazione del fatto da descrivere e raccontare. L’analisi sembra passare in secondo piano, tendenza che rende l’informazione offerta meno efficace, più debole e, a volte, perfino pericolosamente inesatta. Il giornalista non può di conseguenza farsi una visione d’insieme dell’attualità. Tutto è aneddoto. Tutto è semplicemente abbozzato. Tutto è fatto, detto e scritto in nome dell’immediatezza della notizia.
L’uso crescente della Rete internet in quanto veicolo di dati e di notizie ha inoltre molto influenzato il modo di lavorare dei giornalisti. Gli inviati nelle redazioni diminuiscono (spesso per questioni finanziarie) e il giornalista si deve troppo spesso fare un’idea del mondo attraverso lo schermo del computer. Questo può portare a colossali errori. In un certo senso, le fonti a disposizione aumentano ma la verità dell’informazione diventa meno nitida, più impalpabile e la ricerca del giornalista si fa sempre più labirintica.
Internet ha anche permesso di “liberare” il lavoro dei giornalisti nei Paesi in cui vige un forte controllo dell’informazione. La Rete è diventata uno strumento indispensabile per acquisire e offrire notizie nonostante la cappa di silenzio spesso imposta dalle autorità. In questi Paesi il lavoro dei giornalista è pertanto diventato più facile e più difficile al tempo stesso mentre le politiche censorie e le “azioni punitive” dei governi nei confronti dei media più coraggiosi sono certamente diventate, negli ultimi anni, più vigorose ed inquietanti.

2)Lei come potrebbe definire la giusta informazione?

“Disapprovo ciò che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.”
Questa frase è stata attribuita al filosofo e scrittore francese Voltaire. Non è in realtà chiaro se questo intellettuale abbia o meno pronunciato queste parole, resta il fatto che questa asserzione originale, forte e coraggiosa ha, nel corso degli ultimi secoli, ispirato e guidato chi difende la libera informazione nel mondo. In questo senso la “giusta informazione” sarebbe la notizia e/o l’opinione espressa in piena libertà, a prescindere dal suo “colore” politico, dall’ideologia che la fa scaturire, dall’identità di chi questa notizia diffonde. Ovviamente il nostro passato recente ci insegna che la libertà dell’informazione non può non essere accompagnata da limiti che dovrebbero essere “naturali”, spontanei di ordine morale, etico. Chi trasmette l’informazione dovrebbe pertanto interrogarsi sempre sulle conseguenze del proprio operato. Purtroppo questo non sempre avviene e l’informazione può, spesso, recare danno, scardinare delicati equilibri, mettere a repentaglio la sicurezza di persone e di minoranze e portare ad una rilettura inesatta, revisionista e pericolosa della storia. Di conseguenza la giusta informazione dovrebbe essere il prodotto di un difficile punto di incontro tra la libertà indivi- duale e il rispetto della verità storica.
La giusta informazione è inoltre, a mio avviso, una notizia non appesantita dalle, ormai quasi onnipresenti, prese di posizione di chi questa informazione diffonde. Un buon giornalista dovrebbe raccontare la realtà del mondo con trasparenza ed onestà intellettuale, non scegliere un campo rispetto ad un altro o farsi il portavoce di universi politici e di interessi partigiani.

3)Come pensa che possano influire i social network sulla veicolazione delle notizie, e quali problematiche scaturiscono da essi?

I social network rappresentano il terreno, estremamente fertile, nel quale è emerso un nuovo attore dell’informazione, ovvero il “net-citizen”, il giornalista-cittadino. Questi social network sono diventati lo strumento privilegiato di un “giornalismo partecipativo” che non è caratterizzato dalla professionalità delle redazioni ma che diventa spesso una fonte imprescindibile d’informazione. E’ tuttavia fondamentale fare una netta distinzione tra quello che può essere considerato una notizia – attendibile, giusta, pertinente – e una mera opinione espressa grazie alla Rete. Ora, in certi Paesi in cui la libertà di parola resta ancora un’utopia, o almeno una speranza per i tempi a venire, l’opinione espressa su Internet può essere considerata e può diventare una no- tizia vera e propria. La “dissidenza per via informatica”, per esempio, è di per sé un fatto sociale e politico, un parametro da prendere in considerazione, un’informazione puntuale sullo stato d’animo di una determinata società in un determinato momento del suo percorso storico. Il rischio resta tuttavia quello di fare una confusione deleteria tra quello che è vero e verosimile, tra quello che è realmente accaduto e quello che è solo stato pensato, immagina- to, comunicato. I social network sono inoltre diventati – come ce lo ha dimo- strato l’evoluzione della Primavera araba – matrice di informazioni che poi sono diventate azioni ed infine notizia. Attraverso la Rete i manifestanti si sono organizzati, gli studenti hanno preparato i raduni, la piazza ha iniziato a parlare e a preparare la rivolta. In questo senso la comunicazione, attraverso i social network, ha accelerato il corso della storia
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Silvietta C

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